Grazie, Presidente. Devo dire che le perplessità espresse dal collega che mi ha preceduto sono le medesime perplessità che animano Fratelli d’Italia e che oggi, nel tentativo di convincervi, cercheremo di articolare e rappresentare, senza farci trascinare dal livore che ingenerano, comunque, alcuni articoli della presente Convenzione. Perché, vede, la Convenzione di Faro riporta una serie di petizioni di principio assolutamente banali, scontate, condivisibili in quanto tali; le ha elencate stancamente anche il rappresentante del Governo: dico “stancamente” non perché non abbia fatto bene il suo dovere, ma perché come fai a nutrire entusiasmo, quando racconti che il nostro patrimonio culturale è la nostra eredità? Beh sì, non c’era bisogno della Convenzione di Faro; come si fa a nutrire entusiasmo, quando si sente dire “bisogna cercare di rendere fruibile il nostro patrimonio culturale”? Beh sì, non c’era bisogno della Convenzione di Faro.

Allora, tutte le volte che noi dobbiamo interpretare una convenzione, dobbiamo tentare di evincere dalla stessa qual è l’elemento innovativo. L’elemento innovativo si intravede già all’articolo 4, lettera c), laddove si introduce il concetto di – lo leggo – limitazioni all’esercizio del patrimonio comune per rispettare gli altrui diritti. Ora, la formulazione stessa ha un vago retrogusto evidente, colleghi, di censura che si abbatterebbe sul nostro patrimonio culturale, una censura che nega, alle radici, la nostra stessa costituzione culturale di europei. Ma da quando è necessaria una limitazione del nostro patrimonio culturale per rispettare un qualsivoglia nostro diritto o altrui diritto?

Il mio patrimonio culturale non è mai stato oggetto passivo e passibile di limitazioni. E se questa anodina formulazione iniziale ha destato più di una perplessità, a convincerci che questa Convenzione altro non sia che un tassello di un pericoloso pensiero unico del politically correct che procede per tappe di cessione e cedimenti culturali è il successivo articolo 7B, che impegna gli Stati contraenti – di nuovo, lo leggo – a stabilire procedimenti di conciliazione per gestire equamente le situazioni dove valori contraddittori siano attribuiti allo stesso patrimonio culturale da comunità diverse. Io l’unica conciliazione che conosco è quella che si fa alla Camera del lavoro. Noi stiamo dicendo che il nostro patrimonio culturale è soggetto a procedimenti di conciliazione rispetto a comunità che gli conferiscono dei valori contraddittori. Ma quale contraddittorietà ci può essere nel mio patrimonio culturale? In questo caso, diventa soverchia, manifesta, scoperta, evidente, conclamata, dichiarata l’idea della cessione culturale, in nome di mal metabolizzati principi del relativismo culturale in una versione provinciale, anche priva di quella tensione tragica di chi introdusse il concetto di relativismo culturale.

Il mio patrimonio non è oggetto di negoziazione e di mediazione, ancor meno della procedimentalizzazione della conciliazione. E dico procedimentalizzazione, Presidente, perché il successivo articolo 16, in un tripudio orwelliano da Grande Fratello della grande censura, si intitola “Meccanismo di monitoraggio”. Ho quasi il terrore. Ma come “meccanismo di monitoraggio”? Su che cosa il meccanismo di monitoraggio? La app Immuni applicata al fatto culturale. E il meccanismo di monitoraggio prevede un apposito comitato per proceduralizzare la conciliazione del nostro patrimonio culturale. Stiamo parlando della nostra cultura, stiamo parlando del nostro patrimonio artistico, stiamo parlando della nostra identità più intima che, per noi di Fratelli d’Italia, non può in alcun modo subire limitazioni, conciliazioni, ancor meno proceduralizzazioni delle conciliazioni!

E siamo tanto più preoccupati, quanto più consideriamo che viviamo in quella società oicofobica, direbbe Scruton, per la quale chiunque di noi sarebbe stato criminalizzato se avesse espresso dei dubbi sulla vignetta di Charlie Hebdo, che per parlare della Trinità faceva il trenino sessuale – vergognosa vignetta – e nessuno di noi, in virtù della laicità, unico Dio rimasto di questa società senza Dio, senza identità, sarebbe stato crocefisso. Però, viviamo nella medesima società per la quale, quando riceviamo il Presidente della Repubblica iraniana, il Presidente Renzi ritiene opportuno, per un atteggiamento da sottomesso provincialistico, coprire i nudi. Credo che anche Rouhani sia rimasto stupefatto: se lo ha chiesto, è drammatico se non lo ha chiesto, abbiamo fatto l’ennesima passerella provinciale e ridicola. O, ancora, viviamo nel Paese dove esistono sistemi motorizzati per coprire le croci nei nostri cimiteri perché potrebbero offendere le altrui religioni. E, ancora, ci chiediamo: se accettiamo questi principi, cosa accadrà se l’UCOII, un’associazione culturale o un altro Stato, che aderisse a questa Convenzione alla quale noi aderiamo, ponesse il problema, appunto, della rappresentazione di Maometto di Giovanni da Modena nella basilica di San Petronio, dove Maometto, oggettivamente, è collocato all’inferno? Beh, è un bel valore contraddittorio che gli assegnano le comunità diverse: il problema è che io non limito e non concilio su Giovanni da Modena e sulla sua rappresentazione di Maometto.

Il patrimonio culturale, per noi di Fratelli d’Italia, è, prima di tutto, fattore identitario, successivamente anche veicolo per l’integrazione, mai oggetto di mediazione. Questo deve essere chiaro. E se qualcuno si sente offeso dai nudi rinascimentali o vilipeso dai crocifissi o mortificato dalle rappresentazioni di Maometto, al posto di sottoscrivere una Convenzione, quel qualcuno può chiudere gli occhi, può prendere e andarsene, può verificare se, nella sua cultura, vi sono opere d’arte da osservare e lasciare stare la nostra cultura. Giù le mani dal nostro patrimonio artistico e culturale!

E lo diciamo perché il nostro patrimonio artistico e culturale stratificatosi nei secoli, per noi di Fratelli d’Italia non sarà mai oggetto di limitazioni, di conciliazioni, di mediazioni da Grande Fratello orwelliano della cultura, che vuole imporre un pensiero unico del politically correct procedendo per successive cessioni identitarie e per sbianchettamenti della nostra cultura.

Giovanni da Modena, il Maometto all’inferno, non verrà sbianchettato per mettergli vicino delle vergini immaginando che sia in un altro luogo. Rimane all’inferno, rimane un quadro straordinario, rimane la nostra identità, che piaccia o non piaccia alla Convenzione di Faro.

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